Troppo vecchi, troppo giovani

Troppo vecchi, troppo giovani

(Repubblica parla anche di Alp Over40)

Roberto Mania – 03/10/2013 http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/10/03/troppovecchi-troppo-giovani.html?ref=search

La maggioranza silenziosa dei disoccupati non è giovane e non appartiene nemmeno alla categoria degli esodati. La maggioranza dei disoccupati è over 40. E dopo aver perso il lavoro entra nei gironi della precarietà e della povertà. Ci sono gli incentivi fiscali e contributivi per chi assume gli under 29 oppure per chi si prende un over 55. Nulla o quasi per l’età di mezzo. Ormai la maggioranza silenziosa della nostra disoccupazione. Perché su poco più di tre milioni di senza lavoro, gli over 40 sono tra il milione e mezzo e il milione e novecentomila. La maggioranza. Circa 400 mila sono quelli che hanno superato i 55 anni, tra questi 200 mila sono dati per “spacciati”, senza alcuna chance di rientrare nel mercato del lavoro. Chi è disposto ad assumerli? Sono “vecchi”, considerati poco produttivi, spesso troppo preparati per le mansioni che vengono richieste. Ma sono anche troppo giovani per andare in pensione. Sono in una trappola. Ormai oltre il 60 per cento dei disoccupati in aumento tra un trimestre e l’altro, per colpa di una interminabile recessione, fa parte della categoria di chi ha superatoi 35 anni di età. Più della metà dei nuovi disoccupati tra il 2011 e il 2012 aveva tra i 30 e i 49 anni. La disoccupazione ha i capelli grigi. E poca rappresentanza, perché una volta usciti dal circuito lavoro-cassa integrazione-mobilità anche il sindacato non si vede più.

Vivono in silenzio, tra rancori, risentimenti, vergogna. Vivono nell’ombra. Vivono di lavoretti, ripiegano aprendo una partita Iva: lavoro autonomoo indipendente.

Sulla carta. Diventano soci lavoratori di cooperative fittizie. Un circuito infernale dal quale pochi riescono ad uscire: dal 2008, anno di inizio di questa Grande Crisi, al 2011 le persone in cerca di occupazione da più di dodici mesi sono cresciute di quasi 700 mila, raggiungendo il 53 per cento del totale contro una media Ue del 44,4 per cento. Gli ammortizzatori sociali tutelano solo il 27 per cento di chi non ha il lavoro. L’età per accedere ad una pensione si è impennata vertiginosamente. Nel paese dei prepensionamentie che ancora paga le baby pensioni, però. Vivono discriminati: il 65 per cento degli annunci di ricerca di personale (anche quelli di istituzioni pubbliche) fissa un limite anagrafico, in barba alle regole europee contro la discriminazione.

«Per tirare un po’ avanti, vendo la mia collezione di trenini su ebay», racconta Claudio Prassino, cinquantenne di Busto Garolfo, a meno di quaranta chilometri da Milano. «O rinuncio alla mia passione, o muoio. Così prendo tempo, in attesa di trovare qualcosa».

La sua storia comincia in un lanificio di Biella. Poi inizia la crisi. C’entra la concorrenza cinese ma anche la miopia di tanti piccoli imprenditori nostrani. Nel 2001 si sposa e si trasferisce a Como, assunto a tempo indeterminato, sempre nel tessile. Ma l’azienda fallisce: i due padroni svuotano i “castelletti”. Anziché accettare la cassa integrazione, Claudio decide di diventare una partita Iva. «Mi mangio ancora le mani per non aver fatto come tutti: andare in cassa integrazione senza cercare un nuovo lavoro. Invece io mi vergognavo di aver perso il lavoro.

Non sarebbe stato da me chiedere i soldi in prestito ai genitori. Non stava né in cielo né in terra una cosa del genere».E allora, partita Iva, compensi a provvigione, margini strettissimi, obiettivi impossibili.

Contratti a tempo che non si rinnovano. Nel 2011 chiude la partita Iva («pagavo quasi il 60 per cento di tasse»). L’iscrizione al Centro per l’impiego di Legnano. La frustrazione di avere dall’altra parte dello sportello persone che sostanzialmente non possono e non sanno aiutarti. La ricollocazioneè il grande buco nero dei nostri servizi per l’impiego: oltre il 90 per cento di chi trova un lavoro lo fa attraverso la rete informale delle conoscenze familiari. «Ti propongono di imparare a usare il pc o l’inglese. Ma io conosco entrambi! E poi: se segui un corso non cerchi il lavoro.

Anche per essere preso da una ditta di pulizie ti chiedono un’esperienza di due o tre anni. Ma se non cominci mai come fai ad avere esperienza?». Tanti lavoretti a 3-4 euro netti all’ora. «Le aziende hanno timore di assumere un lavoratore maturo. È vero che è già formato, ma considerano un giovane molto più duttile».

Lavoratori giovani e lavoratori maturi: gli uni contro gli altri, senza volerlo. Così un gruppo di quindici quarantenni, insieme all’associazione Atdal over 40, ha fatto ricorso alla Corte di Giustizia europea del Lussemburgo. Contro lo Stato italiano perché con la riforma delle pensioni dell’ex ministro Fornero e l’innalzamento dell’età pensionabile ha provocato «una gravissima situazione di discriminazione a danno di un consistente numero di cittadini in età matura disoccupati e privi di qualsiasi sostegno al reddito».E anche per il «mancato controllo e repressione delle offerte di lavoro pubbliche e private contenenti la discriminazione della barriera dell’età anagrafica». Scrive Stefano, sociologo della provincia di Roma, uno dei ricorrenti: «Le decine di curriculum inviati ogni settimana di norma non ottengono nessuna risposta e in una delle ultime agenzie di collocamento alla quale mi sono rivolto mi è stato detto chiaramente che alla mia età non ho alcuna possibilità concreta di ricollocarmi a meno che non abbia qualche conoscenza su cui puntare». Aggiunge: «Coniugato con una figlia in età scolare mi ritrovo senza alcun redditoe senza nessuna forma di sostegno economico».

Disoccupati maturi contro i giovani disoccupati. Una triste guerra sotterranea tra poveri.

A Torino è nata l’Associazione lavoro Piemonte over 40. Hanno messo su cinque sportelli di ascolto. Sono centri dell’impiego paralleli. Raccolgono curricula. Provano a incrociare domanda e offerta di lavoro. Risultati scarsi, ma adesioni continue, oltre 600 iscritti in poco tempo in una città con più di 100 mila disoccupati. Calogero Suriano, over 60, è il presidente.

Pensa che ci sia un futuro dell’agricoltura sociale. Ma intanto ha proposto al Comune la pulizia dei marciapiedi. Per tre mesi un gruppo di associati ha spazzato i marciapiedi del quartiere Lingotto, una quarantina di vie. Dice: «A Torino ci sono circa 450 mila famiglie. Se ciascuna desse un euro al mese per la pulizia dei marciapiedi si potrebbe dare lavoro ad almeno 200 persone. È un progetto fattibile». Vengono in mente le buche del grande economista John Maynard Keynes, secondo il quale in tempo di crisi lo Stato dovrebbe far scavare le buche ai disoccupati e poi fargliele riempire. Ma il Comune ha già detto che non ci sono i soldi.

Un paese senza soldi per il lavoro. Monica Sesia ha 41 anni, tre figlie, separata. Faceva la cassiera al Teatro Stabile di Torino. Poi il matrimonio, la prima maternità, la necessità di interrompere il lavoro. E la risalita che non c’è: sociolavoratore di finte cooperative, lavoro nero e saltuario. I contributi che non arriveranno mai. «Nel 2002 – dice – ho toccato il fondo». Sfrattata, in mezzo alla strada con le figlie. Il sostegno dal mondo del volontariato, degli assistenti sociali, della parrocchia. Una serie di contratti a tempo in diversi supermercati. Poi «la fesseria», come la chiama Monica. Lascia un supermercato per andare all’Iveco di Torino, gruppo Fiat. Contratto a termine con probabile conferma. Invece no. «Discriminata? Certo, ormai chiedono al massimo 27-28 anni. Mi fa rabbia che non ci sia nemmeno un colloquio personale quando fanno le selezioni. Tutto via mail. E quando capita di poter parlare, guardano l’età e poi: “Lei una donna, ha tre figli…”. Pensano che possa assentarmi più spesso.

Pensano che siano meglio le donne extracomunitarie senza famiglia. Si fanno pagare meno e lavorano a testa bassa. Ci hanno ridotto alla guerra tra poveri». 

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