Lettera di Armando Rinaldi (ATDAL Over40-Milano) al Dott. Sergio Rizzo de “Il Corriere della Sera”

Lettera di Armando Rinaldi (ATDAL Over40-Milano) al Dott. Sergio Rizzo de “Il Corriere della Sera”

Ci scrive Armando Rinaldi (Socio Fondatore di ATDAL Over40-Milano) a riguardo dell’articolo “Pensioni, un guazzabuglio imprigiona il Paese” del Dott. Sergio Rizzo del 22/05 u.s. su “Il Corriere della Sera” postato in data odierna.

“Sul Corriere di ieri anche Sergio Rizzo si è cimentato sul tema delle pensioni. Vi allego la lettera che gli ho spedito oggi”:

Milano 22 maggio 2015

Oggetto: Il suo articolo sul tema delle pensioni

Egregio Dr. Rizzo,

ho letto con attenzione il suo articolo sulle pensioni e mi permetto di inviarle alcune considerazioni.

Prima di tutto vorrei dirle che ho colto con piacere il fatto che, nell’elencare le categorie di pensionati “privilegiati”,  lei abbia inserito anche quella dei giornalisti. A seguito della sentenza della Consulta abbiamo visto un fiorire di trasmissioni sulle pensioni durante le quali conduttori e giornalisti di grido, da Vespa a Formigli, da Mentana a Porro, ecc., si sono impegnati nel mettere all’indice pensionati, veri o presunti privilegiati, “dimenticando” la propria categoria che ancor oggi arriva a percepire una pensione prossima all’importo dell’ultimo stipendio. Così come hanno dimenticato che la categoria dei giornalisti è l’unica rimasta che, in caso di licenziamento, può contare su di una indennità di disoccupazione pari all’ultimo stipendio e per la durata di un anno. Non bastasse lei sa che la vergognosa riforma Fornero ha praticamente bloccato la possibilità di ricorso alla mobilità per tutte le categorie professionali fatto salva quella dell’editoria. Nel paese della dietrologia lei mi permetterà di avere qualche sospetto in merito a questa deroga ad categoriam.

Ciò detto non si può non essere d’accordo con lei sul fatto che il sistema previdenziale italiano sia una sorta di Babele incontrollata non certo per volontà e colpa dei pensionati.

Che i postelegrafonici insieme con i lavoratori rientranti nei Fondi Speciali (ferrovieri ed elettrici) abbiano una situazione particolarmente favorevole è cosa ampiamente dimostrata e che fa si che poco più di 400.000 pensionati riescano a produrre un deficit imponente sul FLDP nel quale confluiscono oltre 6 milioni di pensionati. D’altra parte le Poste sono state per decenni feudo elettorale DC-CISL, così come le Ferrovie e gli Elettrici lo sono stati per il binomio PC-CGIL.

E che dire di contadini e braccianti la stragrande maggioranza dei quali percepisce pensioni minime per le quali non ha versato una lira di contributi. Ma per evitare l’abbandono delle campagne bisognava pur dare qualche incentivo ai contadini soprattutto se questo si trasformava in consensi elettorali. Ma il discorso non vale anche per le pensioni di invalidità, enorme serbatoio di voti in molte parti d’Italia.

E infine che dire delle baby pensioni dei dipendenti pubblici, altro interessantissimo bacino di voti coltivato con estrema cura per decenni.

Lei però non cita un fattore emerso con molta lucidità nel primo bilancio INPS regionalizzato, ad opera, nel lontano 2004, del Prof. Alberto Brambilla, Sottosegretario del Ministro del Lavoro Maroni. In quel bilancio emergevano dati interessanti: ad esempio si poteva capire bene il concetto di tasso di sostituzione, ovvero, quanti euro entravano nelle casse dell’INPS a fronte di ogni 100 euro erogati in prestazioni ai cittadini. In Calabria a 100 euro in uscita corrispondevano entrate pari a 38 euro e la situazione non era molto più favorevole in regioni del Nord quali Piemonte e Liguria dove la media delle entrate era di poco superiore ai 50 euro. Si salvavano con un saldo attivo solo Lombardia e Lazio e con un saldo più o meno in pari il Veneto e il Trentino. Ed era il Prof. Brambilla a indicare come causa primaria l’evasione contributiva che viaggiava di pari passo con quella fiscale.

Un importante capitolo era dedicato alle pensioni dei commercianti. Per lunghi anni era infatti pratica comune per i commercianti denunciare redditi da fame gabbando il fisco. Improvvisamente, in prossimità dell’approdo alla pensione il loro reddito e i relativi contributi crescevano in modo considerevole in modo tale che la pensione, calcolata sulla media degli ultimi 5 anni, si attestava ad un discreto livello. Dai dati del Prof. Brambilla si rilevava che mediamente in tre anni di pensionamento un commerciante recuparava tutti i contributi versati dopo di che era tutto oro che cola.

Questo ottimo studio (reiterato solo nel 2005 e poi sparito nel nulla) è ancora reperibile sul sito del Governo.

Ma veniamo al suo appello alla necessità di fare ordine nel guazzabuglio della nostra previdenza. Io credo che parlare di una operazione apparentemente razionale e logica non lo si possa fare senza tenere conto delle conseguenze che ne potranno derivare.

Mi spiego: lei ritiene che sia possibile andare a trovare la ex-professoressa 70enne andata in pensione a 45 anni con poco più di 15 anni di contributi per dirle “scusi professoressa ma gli 800 euro di pensione che lei incamera da 25 e più anni adesso glieli togliamo visto che ha da tempo esaurito i contributi versati”. E le sembra possibile fare un discorso analogo al contadino 80enne che non ha mai versato un contributo ?

Certo sarebbe possibile fare pulizia delle false invalidità ma occorrerebbe una volontà da parte di politici che tutto hanno in mente tranne l’idea di tagliarsi l’erba sotto i piedi.

Forse sarebbe più semplice cominciare ad enucleare ciò che entra nel capitolo, e nel bilancio INPS, come previdenza maturata fronte di contributi versati durante la vita lavorativa da ciò che si chiama assistenza e che nulla ha a che vedere con le pensioni. Potremmo cominciare a definire pensioni sociali e di invalidità sussidi sociali, scorporarli dai bilanci INPS (mantra che i politici rispolverano periodicamente da almeno 20 anni) per addebitarli alla fiscalità generale.

Lo so che in un modo o nell’altro occorrerà trovare le relative risorse così come so bene che il tema di una seria lotta all’evasione fiscale (mi permetta, all’americana, con la galera ma quella vera) è cosa improponibile nel Bel Paese.

E allora quale è la soluzione ? Ma è ovvio, andiamo a colpire le presunte pensioni d’oro (che non sono certo quelle da 10-15 mila euro mensili) ma quelle superiori a 3 o 4 volte il minimo. Naturalmente senza mai fare riferimento al carico famigliare o alle condizioni del pensionato da prendere di mira. Chi le scrive è un ex dirigente d’azienda, 67 anni, andato in pensione nel 2004 dopo avere passato 4 anni da disoccupato senza uno straccio di sostegno al reddito.

La mia pensione lorda è pari a 4200 euro mensili con i quali mantengo anche mia moglie, esperta informatica, disoccupata da almeno 15 anni dopo che a 35 anni di età in un colloquio di lavoro (allora si riusciva ancora ad ottenere un colloquio) si sentì dire che il suo cv era ottimo ma lei era troppo vecchia per le esigenze dell’azienda. Volendo estrapolare, la mia famiglia è quindi composta da due persone che percepiscono un reddito pari a 2100 euro lordi mensili a testa e lascio a lei decidere se siano d’oro o meno.

Ho anche avuto la sfortuna di essere un ex-dirigente INPDAI, ente che confluendo in INPS ha apportato un discreto deficit non certo determinato dai pensionati ma di chi ha usato i fondi dell’istituto per farsi le ville in Irpinia. A causa di quel deficit, grazie alla pregevole Fornero, mi trovo a corrispondere un contributo “temporaneo” di solidarietà sulla mia pensione dal 2011 al 2017. Ma la cosa più divertente è che il fondo ex-INPDAI è mantenuto separato nel bilancio INPS per quanto concerne l’erogazione delle pensioni a coloro che erano INPDAI al momento dell’accorpamento mentre i versamenti dei contributi degli attuali dirigenti in carica confluiscono nel Fondo Lavoratori Dipendenti INPS. In altre parole il fondo ex-INPDAI sarà sempre in perdita fino al giorno in cui tutti coloro che sono andati in pensione prima della fusione in INPS saranno passati a miglior vita.

Concludo sperando di non averla annoiata. Intervenire sulle regole delle pensioni del futuro è probabilmente utile e necessario. Cosa diversa, molto diversa, è intervenire ai danni di chi è già in pensione, di chi ha un’età avanzata, spesso accompagnata da acciacchi e necessità di cure (sempre più costose) e non ha più nessuna possibilità di operare delle scelte per difendere il proprio reddito e la propria famiglia. Come ho già detto sarebbe ingiusto e inumano andare a togliere la pensione al contadino che non ha versato mai contributi come ritengo indecente andare a colpire la qualità della vita di un lavoratore che ha versato qualche centinaio di milioni di contributi nel corso della vita lavorativa.

La ringrazio per l’attenzione, un cordiale saluto

Armando Rinaldi

Fondatore Associazione Atdal Over40

 

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