Lavoro, due anni di Poletti: le “buone cose per il Paese” dal Jobs act a Garanzia giovani. Ma conti non tornano

Lavoro, due anni di Poletti: le “buone cose per il Paese” dal Jobs act a Garanzia giovani. Ma conti non tornano.

Al via anche l’autocelebrazione del ministero del Welfare, peccato che i risultati vantati nelle slide si mostrino in tutta la loro fragilità.

di Stefano De Agostini | 19 febbraio 2016

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/19/lavoro-due-anni-di-poletti-le-buone-cose-per-il-paese-dal-jobs-act-a-garanzia-giovani-ma-conti-non-tornano/2479465/

“Una squadra al lavoro con l’obiettivo di fare buone cose per il nostro Paese”. All’autocelebrazione del Continua a leggere Lavoro, due anni di Poletti: le “buone cose per il Paese” dal Jobs act a Garanzia giovani. Ma conti non tornano

Battaglia sulle pensioni di reversibilità

Battaglia sulle pensioni di reversibilità

La nuova legge lega i trattamenti per chi perde il coniuge all’indice Isee, che include anche le case. Insorgono Lega, Cgil, sinistra Pd e Area popolare: “Così verranno tagliate”. Palazzo Chigi: “Falso, la delega dà, non toglie”

Redazione | 15 febbraio 2016 | Repubblica.it

http://www.repubblica.it/economia/2016/02/15/news/battaglia_sulle_pensioni_di_reversibilita_-133460693/?ref=HREC1-13

Esplode la polemica sulla revisione delle pensioni di reversibilità, prevista dal ddl di contrasto alla povertà. A lanciare l’allarme lo Spi-Cgil, spiegando che Continua a leggere Battaglia sulle pensioni di reversibilità

Newsletter Atdal Over 40 Centro–Nord / ALP Over40 Piemonte – Anno XIV – Nr. 02 del 15 febbraio 2016

Newsletter Atdal Over 40 Centro–Nord / ALP Over40 Piemonte – Anno XIV – Nr. 02 del 15 febbraio 2016

IN QUESTO NUMERO

– ASDI 2016, il nuovo assegno di disoccupazione INPS: a chi spetta e come fare richiesta

– Boeri / 1. Le riforme che non propone

– Boeri / 2: Reddito per gli over55 ?

– Suicidi per crisi nel 2015

– Coppia si suicida in auto. Lei aveva 45 anni, lui 39

– La crisi è finita, sta finendo, forse si, forse no

– Un questionario per dire quello che pensiamo dell’Europa

– “Non ho l’età”: due libri e due autori a confronto su lavoro, precarietà e disoccupazione in età matura

– Una delegazione di ATDAL OVER40 Centro Sud in trasferta a Milano

160215-NL ATDAL-ALP XIV-02

(cliccare sul link per visualizzare)

Pier Carlo Padoan, il professore smentisce il ministro: “Serve sussidio europeo di disoccupazione, lo si sa dagli anni ’70”

Pier Carlo Padoan, il professore smentisce il ministro: “Serve sussidio europeo di disoccupazione, lo si sa dagli anni ’70”

Colui che ha difeso il Jobs Act e predica austerità ora spiega: “In assenza dell’aggiustamento del cambio, la risposta alla crisi avviene con la compressione del mercato del lavoro”
di Alberto Bagnai | 16 febbraio 2016 | Il Fatto Quotidiano

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/16/pier-carlo-padoan-il-professore-smentisce-il-ministro-serve-sussidio-europeo-di-disoccupazione-lo-si-sa-dagli-anni-70/2452216/

Ho iniziato la mia carriera nel dipartimento fondato da Federico Caffè alla Sapienza, dal quale provengono Continua a leggere Pier Carlo Padoan, il professore smentisce il ministro: “Serve sussidio europeo di disoccupazione, lo si sa dagli anni ’70”

Jobs act e la dignità del lavoro

Jobs act e la dignità del lavoro

di Vincenzo Martino-Area pro labour | 10 febbraio 2016 | Il Fatto Quotidiano

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/10/jobs-act-e-la-dignita-del-lavoro/2448580/

Sono passati ormai due anni dal decreto Poletti, primo capitolo del Jobs Act con il quale è stato liberalizzato il Continua a leggere Jobs act e la dignità del lavoro

AVVISO !

Informiamo gli Associati, i Simpatizzanti ed i followers di ALP Over40, che per questioni tecniche il sito non avrà per il momento la consueta visione grafica, ci scusiamo e confidiamo di poter ripristinare il tutto nel più breve possibile. Grazie !

(Se qualcuno avesse dei problemi di visualizzazione o quant’altro vi preghiamo comunicarcelo all’indirizzo e-mail: info@overquarantapiemonte.it )

Enrico B.

Il boom dei voucher: l’effetto Jobs act in Piemonte a un anno dal via della nuova legge

Il boom dei voucher: l’effetto Jobs act in Piemonte a un anno dal via della nuova legge.

Sono 71 mila i precari che hanno avuto un posto fisso

di Stefano Parola | 09 febbraio 2016 | Repubblica.it

http://torino.repubblica.it/cronaca/2016/02/09/news/il_boom_dei_voucher_l_effetto_jobs_act_in_piemonte_a_un_anno_dal_via_della_nuova_legge-133050191/

Una pioggia di voucher, contratti a termine più brevi di un tempo e circa 71 mila precari assunti a tempo indeterminato in più rispetto al 2014. Sono alcuni degli effetti che si notano nel mercato del lavoro torinese a un anno dall’arrivo del Jobs Act, un tema su cui la discussione è più aperta che mai. Si basa su alcuni dati diffusi dal sottosegretario al Lavoro Maurizio Cassano, chiesti dal deputato di Sel Giorgio Airaudo con un’interpellanza.
L’esponente del Governo ha iniziato a fornire una prima tranche di numeri, promettendo di integrarli in futuro. Dai dati, ha spiegato alla Camera, si nota «una progressiva flessione della durata media dei contratti in provincia, dagli 87 giorni del 2010 ai 68 giorni del 2015 e un’apprezzabile riduzione dei rapporti di lavoro a tempo determinato nel 2015, più evidente nella fascia di età intermedia 25-34 e 35-54 anni ». Poi il sottosegretario Cassano rileva un «incremento delle trasformazioni di contratto da tempo determinato a tempo indeterminato che nel periodo gennaio- settembre 2015 sono oltre 274 mila, contro poco più di 203 mila dello stesso periodo del 2014».
Airaudo affida l’analisi a Marta Fana, ricercatrice oggi a Parigi e già allieva del Collegio Carlo Alberto di Torino, che spiega: «Purtroppo la risposta è parziale, mancano i dati sui contratti a tempo indeterminato e sulle cessazioni per poter analizzare davvero gli effetti della riforma del lavoro». Ma i numeri danno comunque un quadro piuttosto negativo: «Le trasformazioni in contratti a tempo indeterminato diminuiscono molto per gli under 34 se si fa il paragone con il 2012, anno in cui quest’area era ancora in piena crisi». In effetti dalle tabelle fornite dal ministero si nota che nel Torinese nei primi nove mesi del 2015 sono stati poco più di 118 mila i precari che hanno raggiunto il posto fisso, mentre sempre nello stesso periodo erano più di 120 mila nel 2012, 99 mila nel 2013 e quasi 88 mila nel 2014.
La ricercatrice nota poi un «divario tra chi ha meno di 25 anni e chi ne ha più di 55 sulla durata dei contratti a termine: tra gennaio e settembre dell’anno scorso, il 26 per cento delle assunzioni rivolte ad under 25 ha avuto una durata compresa tra uno e due giorni». Il tutto in una regione che, sempre secondo i dati forniti dal sottosegretario Cassano, a fine 2014 registrava ancora una percentuale di disoccupazione giovanile del 49,9 per cento.
A questo si aggiunge poi quella che Marta Fana chiama «l’esplosione dei voucher». Nel 2014 hanno riguardato 33 mila lavoratori, più del quintuplo rispetto al 2010, per un totale di 2,5 milioni “tagliandi” (erano 450 mila cinque anni fa): «Significa che ogni persona ne ha ricevuti in media 66 nell’arco di un anno. È una quantità di lavoro che rasenta lo stato di disoccupazione», sottolinea la ricercatrice. Dai dati Inps emerge come il fenomeno sia ancora più intenso nei primi 11 mesi del 2015: in Piemonte il numero di voucher venduti è salito del 62 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Insomma, dai numeri forniti dal ministero emerge una Torino ancora indebolita dalla crisi. Ecco perché, dice Giorgio Airaudo indossando i panni dil candidato sindaco per la lista “ Torino in Comune”, «il tema del lavoro continuerà
a essere una priorità e occorre che gli enti locali diano un contributo attivo nel creare occasioni di impiego». Nella sua agenda ci sono almeno due azioni che vanno in questo senso: «Negli appalti del Comune bisogna garantire quote di assunzioni a giovani e ultracinquantenni e assicurare che gli stipendi dei lavoratori rispettino i minimi contrattuali. Non possono essere gli stessi enti locali a creare lavoro povero».

Povertà, arriva misura nazionale di contrasto basata sull’Isee. Ma intanto governo “razionalizzerà” altre prestazioni

Povertà, arriva misura nazionale di contrasto basata sull’Isee. Ma intanto governo “razionalizzerà” altre prestazioni

La bozza del disegno di legge esaminato dal consiglio dei ministri giovedì condiziona la concessione alla “adesione a un progetto di attivazione e inclusione sociale e lavorativa” e al rispetto di “criteri di valutazione della condizione economica”. Sarà data priorità ai “nuclei con figli minorenni”. Scompare la corsia di favore per le famiglie con disabili

Un’unica misura nazionale di contrasto alla povertà. Ma condizionata alla “adesione a un progetto personalizzato di attivazione e inclusione sociale e lavorativa” e concessa in base a “criteri unificati di valutazione della condizione economica in base all’Isee“, l’indicatore della situazione economica equivalente che il governo lo scorso anno ha riformato rendendolo più restrittivo. E in parallelo dovranno essere razionalizzate, leggi tagliate, le prestazioni di assistenza sociale e pensionistica già esistenti. A prevederlo è la bozza del disegno di legge delega con le misure per la lotta alla povertà, esaminato dal consiglio dei ministri giovedì pomeriggio. Il testo è un collegato alla legge di Stabilità per il 2016, che ha creato un fondo ad hoc da 600 milioni nel 2016 e 1 miliardo nel 2017, e disegna la cornice dentro cui l’esecutivo si muoverà per riformare con i decreti attuativi l’intera materia delle prestazioni assistenziali.
Il testo entrato in consiglio dei ministri chiama innanzitutto il governo a “introdurre principi di universalismo selettivo nell’erogazione di prestazioni di natura assistenziale e pensionistica” e, appunto, una misura nazionale contro la povertà “individuata come livello essenziale delle prestazioni da garantire su tutti il territorio nazionale” e finanziata con le risorse del Fondo previsto dalla manovra. Al tempo stesso però, visto che la coperta è corta, arriverà una revisione al ribasso delle prestazioni attuali, “anche di natura previdenziale, inclusi gli interventi rivolti ai beneficiari residenti all’estero”, come auspicato dal presidente dell’Inps Tito Boeri, “fatta eccezione per le prestazioni legate alla condizione di disabilità e invalidità del beneficiario”. Uno dei decreti legislativi, si legge nella bozza di cui dà conto Public Policy, dovrà anche prevedere “il riordino della normativa in materia di sistema degli investimenti e dei servizi sociali“. Gli eventuali risparmi per le casse dello Stato dovranno andare al Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale.
Il governo dovrà poi “definire i beneficiari” della nuova misura prevedendo una “graduale estensione a partire prioritariamente dai nuclei familiari con figli minorenni e, quindi, dai soggetti con maggiore difficoltà di inserimento e ricollocazione sul mercato del lavoro”. Ma nella bozza manca il riferimento alla priorità alle famiglie con minori disabili, previsto invece nella legge di Stabilità. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti , in conferenza stampa dopo il cdm, ha detto che la platea sarà di “280mila famiglie e 550mila bambini, in tutto quasi 1 milione 150mila persone”. “Stiamo scrivendo il decreto per l’uso delle risorse e lì diremo quali sono tutti i soggetti interessati, tenendo conto che in questa materia si rispettano norme Ue per evitare discriminazioni e non dobbiamo andare contro norme generali che definiscono la natura degli interventi in ambito comunitario”, ha aggiunto.
La vigilanza e il coordinamento sugli interventi e sul rispetto dei livelli essenziali dei servizi sarà attribuita a un nuovo organismo nazionale presso il ministero del Lavoro, a cui parteciperanno le Regioni, le Province autonome e l’Inps. Uno dei decreti attuativi dovrà poi prevedere la “promozione di accordi territoriali tra i servizi sociali e gli altri enti o organismi competenti per l’inserimento lavorativo, la salute, l’istruzione e la formazione, nonché l’attivazione delle risorse della comunità e, in particolare, delle organizzazioni del terzo settore e del privato sociale impegnate nell’ambito delle politiche sociali, così da realizzare un’offerta integrata di interventi e servizi che costituisce livello essenziale delle prestazioni”.

Come è cambiato il mercato del lavoro dopo il Jobs act

Come è cambiato il mercato del lavoro dopo il Jobs act

Col Jobs act i contratti a tempo indeterminato sono cresciuti in modo netto, senza però un analogo aumento dei posti di lavoro. Questo dovrebbe comportare benefici su produttività e crescita. L’incognita è il comportamento dei datori di lavoro alla scadenza dei tre anni di decontribuzione.

di Tortuga | 21 gennaio 2016 | lavoce.info

http://www.lavoce.info/archives/39391/come-cambia-il-mercato-del-lavoro-dopo-il-jobs-act/

Il governo continua a sbandierare i successi del Jobs act, e addirittura la Cgil ha ammesso che punterebbe ad abolire solo alcuni punti del provvedimento e non la riforma del lavoro nella sua interezza. Tuttavia, sul fact-checking sulla legge c’è molta confusione. Quali aspetti del mondo del lavoro il Jobs act mira a cambiare? Quali sono i dati da considerare, i risultati da aspettarsi e le conclusioni da trarne?

Cosa dicono i numeri

Per capire cosa è effettivamente cambiato è utile considerare due aspetti: l’andamento delle assunzioni/licenziamenti (i cosiddetti flussi), e i livelli di occupazione, ossia quante persone lavorano o cercano lavoro (i cosiddetti stock). L’osservatorio Inps sul precariato ha pubblicato ieri i nuovi dati sulle assunzioni/licenziamenti. Come spiega Pietro Garibaldi, questi dati sono attendibili e completi, visto che l’Inps riporta direttamente i numeri dei contributi fiscali che riceve dai datori di lavoro. La linea blu riporta la somma delle nuove assunzioni a tempo indeterminato e delle trasformazioni, meno i licenziamenti. In altre parole, rappresenta quanti nuovi contratti a tempo indeterminato sono stati firmati, meno quelli che sono stati stracciati, nei dodici mesi precedenti.

Grafico 1 – attivazioni e trasformazioni, al netto delle cessazioni (saldo tendenziale)

grafico-tortuga-660x402

Il trend è evidente: da febbraio 2015 si registra un’impennata del numero di nuovi contratti a tempo indeterminato, mentre quelli a tempo determinato e apprendistato diminuiscono. L’introduzione delle tutele crescenti e soprattutto della decontribuzione fiscale sulle nuove assunzioni stabili sembra abbia spinto finalmente i datori di lavoro ad utilizzare il tempo indeterminato.
Il secondo dato è invece fornito dall’Istat, nell’indagine mensile su occupati e disoccupati. Se prima si parlava di nuovi contratti, in questo caso si stima tramite campionamento il numero di persone che lavorano (gli occupati), quelle “attive” (la forza lavoro totale, ossia occupati e disoccupati) e quelle inattive (né occupati, né in cerca di lavoro). La percentuale di occupati rispetto al totale della popolazione cresce da dicembre 2014, tuttavia da metà 2015 diminuisce la percentuale di attivi. Questo significa che solo alcuni dei milioni di disoccupati della crisi sono tornati a lavorare, mentre gli altri si sono ritirati dalla forza lavoro. I posti di lavoro sono quindi aumentati solo lievemente, un aumento non per forza dovuto direttamente al Jobs act, ma che potrebbe essere legato alla congiuntura economica e ad altri fattori esterni, per esempio il basso prezzo del petrolio.

Grafico 2 – tasso di occupazione

tortuga-660x402

Quindi, il risultato principale della coppia Jobs act-decontribuzione è per il momento una massiccia virata sul tempo indeterminato, piuttosto che un boom di posti di lavoro. Un risultato sufficiente? Se il tempo indeterminato rimarrà la forma contrattuale centrale nei prossimi anni, le conseguenze positive su occupazione, produttività e crescita potrebbero effettivamente arrivare. Il contratto a tempo indeterminato potrebbe favorire, per esempio, l’investimento nella formazione del lavoratore oltre che consentire una maggiore stabilità economica alle famiglie.

Gli effetti del Jobs act nel lungo periodo

Dall’altro lato, bisogna tenere a mente che il tempo indeterminato che vediamo crescere nelle statistiche non è più quello di Checco Zalone. Infatti, con le nuove tutele crescenti, il rischio è che, allo scadere dei tre anni di decontribuzione, quando il tempo indeterminato diventerà di nuovo costoso per i datori di lavoro, le aziende tornino ad assumere a tempo determinato, liberandosi dei contratti a tempo indeterminato prima che le tutele “crescano” troppo.
Bisogna inoltre tenere a mente che, secondo i sostenitori del Jobs act, l’aumento delle assunzioni e delle cessazioni evidenziato dai dati rappresenterebbe un passo verso un sistema in cui il lavoratore può essere assunto e licenziato più facilmente, sulla scorta di ammortizzatori sociali rinforzati e delle cosiddette politiche attive. Le misure in merito contenute nel Jobs act, anche secondo alcune analisi Ocse, potrebbero favorire un aumento dei livelli di produttività e di occupazione nel lungo periodo.
Per un giudizio completo, quindi, bisogna ancora una volta aspettare i prossimi dati. Per il momento possiamo prevedere una nuova impennata dei contratti a tempo indeterminato nel mese di dicembre, l’ultimo mese utile per usufruire della decontribuzione piena. Di lì al 2018, con la progressiva uscita di scena degli incentivi sui nuovi assunti che già da gennaio scenderanno al 40 per cento, capiremo se la nostra economia sta effettivamente scommettendo sul tempo indeterminato, o se siamo di fronte a una bolla dovuta esclusivamente agli sgravi fiscali. La speranza del governo è che la ripresa si rinforzi nel frattempo, permettendo di consolidare i nuovi posti di lavoro, e magari di mantenere conveniente dal punto di vista fiscale il lavoro a tempo indeterminato. L’aumento dei nuovi contratti a tempo indeterminato è quindi un buon segno ma, più che cedere ai trionfalismi, bisognerebbe tenere alta la guardia: la scommessa sulla ripresa e sul riportare il lavoro stabile al centro deve ancora essere vinta.