Dieci anni di legge Biagi in Italia. Così è cambiato il mercato del lavoro

Dieci anni di legge Biagi in Italia. Così è cambiato il mercato del lavoro

Il 24 ottobre 2003 entrò in vigore l’insieme delle norme che prendono il nome del professore ucciso dalle Brigate rosse. Il disegno delle riforme dal pacchetto Treu (1997) alla legge Giovannini (2013).

di Walter Passerini – 23/10/2013 -http://lastampa.it/2013/10/23/blogs/lavori-in-corso/dieci-anni-di-legge-biagi-in-italia-cos-cambiato-il-mercato-del-lavoro-fH9R5BUVhr4GaDHpcFcEIO/pagina.html

Giovedì 24 ottobre 2003 entrava ufficialmente in vigore la legge Biagi, che tanto ha contribuito a cambiare il mercato del lavoro. Il 24 ottobre del 2013 è il decimo compleanno dell’entrata in vigore della legge che ha preso il nome del giurista ucciso dalle Brigate rosse che ne fu l’artefice. La legge Biagi diventò operativa con il decreto attuativo 276 entrato in vigore il 24 ottobre di dieci anni fa. E’ stato un decennio intenso, ricco di avvenimenti e cambiamenti. Le radici delle trasformazioni nascono per la verità qualche anno prima, con il pacchetto Treu, dal nome dell’allora ministro del Lavoro, Tiziano Treu, vale a dire la legge 196 del 1997, che introdusse per la prima volta nel nostro mercato un nuovo soggetto, le agenzie private del lavoro. Da allora molto è cambiato nel mondo del lavoro italiano, che oggi vive una stagione di declino e di pericolosa stagnazione: oltre tre milioni di disoccupati ufficiali, otto milioni di persone che soffrono di un forte disagio occupazionale, il 40% di disoccupati under 25, più di 2,2 milioni di Neet, giovani che non studiano e non lavorano. Se la legge Treu ebbe il ruolo di rompighiaccio in un mercato rigido, il Libro Bianco del giurista bolognese e la legge che porta il suo nome hanno dato uno scossone al mercato, introducendo molti contratti e oltre 40 varianti (dalla somministrazione all’apprendistato, dal contratto di lavoro ripartito, già introdotto da Treu, al lavoro intermittente, dal lavoro accessorio e occasionale al contratto a progetto) e sdoganando le agenzie di somministrazione dal solo lavoro interinale, dando il via a una nuova rete di intermediari. Questi quindici anni sono stati anche avvelenati da un elevato tasso di ideologia, che ha creato spaccature nel mondo del lavoro. Oggi la situazione è grave ma il lavoro deve essere riportato pragmaticamente al centro delle priorità. Dopo Treu, che per la cronaca sostituì Clemente Mastella, fino ad arrivare ad oggi, ci sono stati altri sette ministri del lavoro: Antonio Bassolino e Cesare Salvi; Roberto Maroni, ministro del Lavoro dal 2001 al 2006, che implementò e completò il disegno della Biagi; Cesare Damiano per un biennio; Maurizio Sacconi, sino all’avvento dei tecnici nel 2011. Da allora, la patata bollente dell’occupazione è passata dalle mani di Elsa Fornero, che oltre al lavoro realizzò quella delle pensioni, a Enrico Giovannini, attuale ministro del Lavoro nel governo Letta. In questi anni le riforme del lavoro hanno subito diverse manutenzioni e modifiche, a seconda delle diverse maggioranze, come le famose tele di Penelope, ma mancano all’appello alcune parti fondamentali. Più che assegnare colpe o reclamare medaglie, è ora di stilare un bilancio per tracciare la nuova agenda del lavoro che, tenendo conto delle cose fatte, indichi soprattutto le cose da fare. L’ospite inquietante degli ultimi anni è la crisi, interna e internazionale, che detta una regola: non si possono più slegare le politiche per la crescita e lo sviluppo dalle politiche del lavoro. Oggi il lavoro lo si può creare con nuove politiche industriali e per l’occupazione. Inoltre va ricomposto il dualismo del mercato, che vede da un lato i giovani, i precari, i senza lavoro e dall’altro coloro che sono più tutelati. La riduzione della frattura passa anche attraverso il dimenticato Statuto dei lavori, già disegnato dallo stesso Biagi, che non riduca ma ridia cittadinanza a chi ha contratti intermittenti e precari. Esistono infatti diritti fondamentali e universali, come la malattia, la maternità, l’accesso al credito, l’equo compenso, che non possono dipendere dal tipo di contratto di lavoro. Ci sono infine altre tre questioni che servono a ridare ossigeno al nostro mercato del lavoro: incentivi strutturali alle aziende che assumono (più coraggio sulla riduzione del cuneo fiscale), rafforzamento della formazione per il lavoro (sin dalla qualifica ma soprattutto sul post-diploma), creazione della rete dei servizi al lavoro, pubblici e privati. E’ una triade che ci permetterà di cogliere le opportunità in arrivo nell’Europa del lavoro, senza conservatorismi da maso chiuso. Gli incentivi a chi assume devono orientarsi ai tre target (giovani, donne e over 50) e alle imprese con piani di sviluppo; la formazione può tornare ad essere l’ascensore sociale che porta ai piani alti delle professionalità, migliorando l’università, ma investendo nella formazione post-diploma di quadri e tecnici; la rete dei servizi è la versione moderna del diritto al lavoro, che non può essere più governato da relazioni personali e raccomandazioni. Solo così questi ultimi anni di sacrifici e di riforme non saranno passati invano.

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